VINCENT VAN GOGH, ARTISTA TRA IL GENIO E LA FOLLIA

19.04.16

VINCENT VAN GOGH, ARTISTA TRA IL GENIO E LA FOLLIA

La formula dell’incontro pomeridiano – questa volta avvenuto domenica 17 aprile 2016 –  per parlare di arte moderna presso la sede del Dì Gay Project , si è rivelata sin dall’inizio ben rodata di fronte ad un pubblico numeroso già a conoscenza della qualità delle due precedenti conferenze pubbliche tenute da Loredana Finicelli, storica dell’arte.

In questa occasione l'argomento è stato il grande pittore olandese, Vincent Van Gogh (Groot Zundert, 30 marzo 1853 – Auvers sur Oise, 29 luglio 1890).

La novità di questa terza conferenza è rappresentata dall’introduzione  multimediale “Il giallo Van Gogh”, a cura di Emanuela Pisicchio, che ha proiettato gli spettatori immediatamente in uno scenario di luoghi e opere dell’artista alla stregua di una full immersion dalla quale era praticamente impossibile non essere affascinati.

Come ricordato dalla presidente dell’associazione, Maria Laura Annibali, la cultura che è innanzitutto aggregazione tra le persone, non può non proporre nuove forme di comunicazione in grado di avvicinare il pubblico agli affascinanti messaggi offerti dalla multimedialità; nell’introduzione della conferenza, allo stesso tempo, la presidente dell’associazione ha colto l’occasione per presentare il sito ideato dalla psicoterapeuta Antonella Montano dell’Istituto Beck di Roma “il vaso di Pandora”, presentato come “posto sicuro per tutte le vittime di abuso fisico e psicologico” e con possibilità di contatto online agli indirizzi www.ilvasodipandora.org e www.ilforumdipandora.org.

Entrando nel vivo della conferenza, l’esposizione ha fatto il punto della fortuna postuma di Van Gogh incentrata su punti cardine che emergono da una produzione vastissima che si aggira su 850 quadri – di cui solo due venduti in vita – i  quali vanno dalla forza del sentimento, al tumulto interiore, all’esemplificazione del genio, alla nevrosi e follia, alla figura dell’emarginato sociale e alla fine tragica dell’artista a soli 37 anni.

La pittura di questo genio dell’arte può racchiudersi, spiega la Finicelli, in “un gesto definitivo, rabbioso, potente” che chiude con il passato e i parametri artistici consolidati per aprire la strada al futuro, e da tale impostazione ne deriva che “la realtà è quello che io vedo”, per quella che può essere considerata la ricostruzione del pensiero dell’artista, facendo in modo che l’interiore/soggettivo trovi la forza per emergere fino a farsi pittura.

Figlio di un pastore calvinista, Van Gogh terminati gli studi a 16 anni, nei quali non aveva mai brillato, si impiegò in una casa d’arte a L’Aja e dopo aver sperimentato altre strade, tra le quali quella di diventare un predicatore, approda alla pittura soltanto agli inizi degli anni 1880-1881, iniziando a studiare disegno e poi pittura, e in particolare i grandi pittori realisti olandesi (Van Ruysdael, Hals, Rembrandt). Non a caso, le prime opere evidenziano toni oscuri espressione di puro realismo, derivante dall’influenza dei suoi modelli di riferimento, e il primo capolavoro è rappresentato da “I mangiatori di patate” (1885. Amsterdam, Museo Van Gogh), dove è evidente la connotazione cupa e tragica della composizione del quadro tra spazio compresso e figure dei personaggi stipate.

Come fa notare la storica dell’arte, scorrendo le diapositive delle numerose opere di van Gogh, soltanto negli ultimi anni della sua vita la pittura si schiarisce e si colora, come in Cimitero di campagna (1885, Otterlo), Natura morta con girasoli e rose (1886). Infatti, il 1886 è un anno cruciale per l’artista che si trasferisce a Parigi dal  fratello Theo, al quale è molto legato e il cui rapporto è testimoniato da una vasta corrispondenza di lettere, pubblicate postume dalla cognata nel 1913. La permanenza a Parigi determina una vera metamorfosi nella pittura dell’artista, risultato di un accurato studio dei colori, dei contrasti simultanei e della mescolanza ottica, che si esprime in opere come Moulin de la gallette (1886), Terrazza dei giardini di Montmartre (1886). In questo periodo, inizia a cimentarsi in una nuova tecnica che richiama il giapponismo e il decoratismo, in concomitanza con manifestazioni più evidenti della malattia mentale, insorta anni addietro con una iniziale depressione a causa di un amore non corrisposto.

La soddisfazione del pubblico presente in sala è tangibile nell’attenzione rivolta alle diapositive che scorrono incessantemente sullo schermo e i commenti a fine conferenza la esprimono in maniera appassionata, accompagnandosi ad un delizioso buffet offerto dall’entourage della Finicelli.  

Recensione di Karmel Attolico