Procreazione assistita

In Italia la legge 90 del 19 febbraio 2004 ha affermato una nuova disciplina giuridica in tema di procreazione medicalmente assistita. Questa legislazione è connotata da un carattere fortemente etico, che ha disatteso le aspettative di chi sperava in una disciplina laica ed innovatrice, che potesse misurarsi con le modernissime discipline Nord Europee.

Allo stato attuale possono ricorrere a questa fecondazione medicalmente assistita solo coloro che hanno un impedimento a procreare naturalmente, accertato da una serie di controlli medici.

COSA PREVEDE LA NORMATIVA
Gli ovuli della donna possono essere fecondati solo con il seme del marito (fecondazione omologa), quindi non si può far ricorso al seme o all'ovulo di altre persone (fecondazione eterologa).
La fecondazione con il seme del marito deve avvenire solo su tre ovuli prodotti dalla donna, da questa unione si otterranno tre embrioni.
I tre embrioni dovranno essere impiantati nell'utero della donna senza che su di essi possa essere fatta una analisi preimpianto; questo è dovuto al fatto che l'embrione è considerato “vita”, quindi, se da una analisi preimpianto dovesse risultare una malformazione il medico si vedrebbe costretto ad eliminarlo, macchiandosi del reato di infanticidio. Al fine di evitare questo rischio il medico impianterà i tre ovuli “alla cieca”; quando poi l'embrione diverrà feto, se dovesse essere scoperta una malformazione, la donna potrà abortire. Il danno che produce questa norma è talmente rilevante che la Corte Costituzionale, con sentenza n.151 del 2009, ne ha dichiarato l'incostituzionalità, rendendo inoperativo il divieto di analisi preimpianto, tutelando il diritto della donna come individuo dalla personalità già formata, rispetto al feto, che è vita in procinto di formarsi.

La legge 40 del 2004 punisce la commercializzazione degli embrioni e la surrogazione di maternità (in gergo “utero in affitto”) con la pena della reclusione da 2 a 6 anni e la multa da 600.000 a un milione di euro.

È punita la clonazione con la reclusione da 10 a 20 anni e la multa da 600.000 ad un milione di euro.

Viene punita la formazione degli embrioni per fini di studio. Ogni embrione deve essere usato per l'impianto nell'utero della donna.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 151 del 2009, ha dichiarato l'incostituzionalità dell'art. 6 della l. 40/2004, nella parte in cui permette alla coppia di poter rifiutare la fecondazione fino al momento dell'impianto e non subito dopo, o nel mentre il medico sta compiendo l'operazione.

Si capisce da questa normativa, che il legislatore ha preferito approntare una forte tutela all'embrione e non alla donna, che è considerata in funzione del primo.