Contagio da HIV

Questa volta ci occuperemo di un problema molto attuale e di particolare complessità, ossia cercheremo di dare una risposta alla seguente domanda: “E' possibile incorrere in una responsabilità penale nel caso di contagio da virus HIV da parte di un sieropositivo consapevole del suo stato?”. 
Non è una domanda di poco conto, considerato che la diffusione della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) per contagio rappresenta un terreno particolarmente arduo su cui misurare gli “strumenti” del diritto penale. 
A ciò si aggiunga che a tutt'oggi manca nel nostro ordinamento giuridico – ma la stessa cosa si può dire per la maggior parte degli ordinamenti – un sistema di norme specifiche che regolino i casi in cui un sieropositivo, consapevole del suo stato, abbia rapporti sessuali senza avvisare il partner. 

LA CONSAPEVOLEZZA DEL PROPRIO STATO DI SIEROPOSITIVO ED OBBLIGO DI INFORMARE IL PARTNER
Per prima cosa dobbiamo porre la nostra attenzione sul soggetto attivo, ossia la persona sieropositiva che volutamente o incautamente abbia trasmesso il virus. 
Sul punto è importante sottolineare la consapevolezza o meno da parte del soggetto attivo del proprio stato di sieropositivo. 
Qualora questi fosse consapevole del proprio stato, si deve attribuire al soggetto sieropositivo un obbligo di informazione nei confronti del partner. Pertanto, nel caso in cui una persona sappia del proprio stato di sieropositivo e ciononostante non dica nulla al partner, egli sarà perseguibile penalmente. 

QUALE COMPORTAMENTO E' PENALMENTE RILEVANTE?
Possiamo ritenere, quindi, che la condotta incriminabile è quella riguardante il contatto sessuale non protetto in assenza di informazione del partner. 
A questo punto ci si è chiesti se il predetto obbligo di informare il partner sulla propria sieropositività sussista anche nel caso in cui vengano prese le opportune cautele. Bisogna comunque osservare come le pratiche di “sesso sicuro”, benché abbassino considerevolmente il livello di pericolosità, non eliminano completamente il rischio. Pertanto, anche nel caso in cui ci si appresti ad avere un rapporto sessuale sicuro, il soggetto sieropositivo deve comunque avvisare il partner della propria condizione. 

QUALE REATO COMMETTE IL SIEROPOSITIVO CHE NON INFORMA IL PARTNER E LO CONTAGIA?
Il reato in questione è quello di lesioni personali, previsto dall'art. 582 del codice penale. Fulcro del citato reato è che la persona offesa subisca una lesione personale "dalla quale derivi una malattia nel corpo o nella mente".
Ebbene, può considerarsi la trasmissione del virus HIV come equivalente della malattia richiesta dal codice penale? 
Il fatto è che lo stato di sieropositività in quanto tale non si palesa all'esterno con segni di infezione: la malattia conclamata, cioè l'AIDS, è solo la fase terminale di una lenta progressione. 
Ciononostante, la Corte di Cassazione, il massimo organo giudiziario italiano, ritiene che anche il solo contagio del virus HIV rientri nel reato di lesioni dolose, benché non ancora conclamato in AIDS, in quanto l'uno è precursore dell'altra malattia, essendo pacifica comunque la gravità di entrambi (Cass. Pen., sez. V, 26.03.2009, n. 13388). 
In realtà, la Cassazione ritiene anche che si tratti di lesioni personali gravissime, ossia che comportano una "malattia certamente o probabilmente insanabile", le quali sono punite più severamente. 
Sul punto è alquanto eloquente una sentenza del Tribunale di Savona, secondo la quale “risponde del reato di lesioni personali gravissime il soggetto sieropositivo che, avendo consapevolezza della propria malattia e dei modi di trasmissione, consuma plurimi e ripetuti rapporti sessuali, senza alcuna precauzione e senza comunicare le proprie condizioni di salute alla compagna, che contrae il virus dell’HIV.” (Trib. Savona, 06.12.2007). 
E' utile anche segnalare come non siano mancate sentenze in cui si è ritenuto configurato il reato di tentato omicidio e non quello di lesioni gravissime (Cass. Pen., sez. I, 08.09.2000. Secondo questa sentenza della Cassazione, la persona affetta da Aids conclamata, che aggredisca altre persone sputando su di loro saliva mista a sangue, con la precisa e dichiarata volontà di procurare danno, commette il reato di tentato omicidio). 

IL NESSO CAUSALE TRA RAPPORTO SESSUALE E MALATTIA
Affinché possa essere dichiarata la responsabilità penale del sieropositivo è però necessario dimostrare che il contagio sia riconducibile proprio alla specifica condotta, ossia a quel singolo rapporto sessuale e non ad un altro. Questa prova, d'altronde, è molto difficile nel caso in cui la vittima, conducendo vita sessuale “promiscua”, abbia avuto frequenti contatti, anche con partner diversi. 
E' opportuno anche precisare che in non pochi casi la difesa dell'imputato (ossia della persona che ha contagiato un'altra) cerca di dimostrare che in caso di un solo rapporto occasionale non protetto le probabilità di contagio non sono molto alte e che, quindi, non è sicuro che l'infezione da HIV sia stata determinata proprio da quello specifico rapporto. 
Sul punto, però, è utile segnalare l'orientamento della Cassazione, secondo la quale "La circostanza, poi, che statisticamente la probabilità di restare contagiati a seguito di un unico rapporto non protetto sia abbastanza bassa, non consente certo di affermare che ciò stesso nel caso di specie rendeva labile il nesso di causalità tra condotta ed evento"(Cass. pen.,sez.V, n. 13388 del 2009). 
Ciò significa, in parole povere, che anche ad ammettere che le probabilità di contagio in caso di un unico rapporto sono basse, ciò non vuol dire che il nesso causale è da escludere se ci sono altri elementi da cui desumere che l'evento specifico è stato determinato da quel rapporto. Ad esempio, di sicura importanza potrebbe essere una perizia medico legale che accerti se il tipo di virus della persona contagiata è dello stesso tipo di quello dell'autore del reato (ossia di chi non ha detto di essere sieropositivo). 

SE AL CONTAGIO SEGUE LA MORTE DELLA VITTIMA, QUALI SONO LE RESPONSABILITA' PENALI?
Nel caso in cui al contagio da HIV segua la manifestazione della malattia conclamata, l'AIDS, e poi la morte della vittima, è di fondamentale importanza rispondere ad una domanda: qual'è la responsabilità penale di chi ha contagiato? Risponderà di omicidio? Volontario o colposo (non volontario)? 
Non è facile rispondere a questa domanda, poiché dipende dallo stato psicologico della persona che ha contagiato. 
Possiamo fare alcuni esempi: 
1. Si pensi a chi non dica di essere sieropositivo e ciononostante compia l'atto sessuale contagiando il partner, ma senza volere la morte di quest'ultimo. In questo caso ci sarebbero gli estremi per l'omicidio preterintenzionale, a mente del quale "Chiunque, con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 e 582, (ossia percosse o lesioni) cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni". 
2. E' pure possibile che il sieropositivo voglia intenzionalmente uccidere il partner, nel senso che compie l'atto sessuale allo scopo di trasmettere il virus alla vittima e farla ammalare e poi morire. A dire il vero si tratta di casi più unici che rari ove l'autore del reato verrebbe mosso da sadismo, da odio verso l'umanità etc. Comunque, in questi casi vi potrebbero essere gli estremi dell'omicidio volontario. 
3. In molti casi, però, il soggetto sieropositivo non vuole causare la morte del partner tuttavia accetta il rischio che possa ammalarsi e poi morire. Anche in questo caso sussisterebbero gli estremi dell'omicidio volontario ed, anzi, le decisioni della Cassazione sembrano orientate proprio in questo senso (Cass. Pen., n. 13388/09; Cass. Pen. Sez. I n. 30425 del 4.6.2001). In questi casi si parla di dolo eventuale. Sul punto è utile segnalare una importante sentenza del Tribunale di Cremona del 1999 che ha ritenuto responsabile di omicidio volontario una persona che, pienamente consapevole del proprio stato di sieropositività e delle modalità di contagio dell’AIDS, aveva intrattenuto col proprio ignaro partner, nel corso di una relazione durata per circa dieci anni, una pluralità di rapporti sessuali non protetti, accettando così l’alto rischio, poi effettivamente concretizzatosi, tanto di un possibile contagio quanto del probabile esito letale dell’infezione eventualmente insorta (Trib. Cremona, 14.10.1999). 
4. In altri casi ancora è possibile che la persona sieropositiva, tacendo sul proprio stato, non solo non vuole la morte del partner, ma neppure ne accetta il rischio in quanto confida sul fatto che tale danno non si verificherà ad esempio perché il soggetto sieropositivo prende alcune, seppur insufficienti, precauzioni. In questi casi, nel caso in cui sopraggiunga la morte del partner, ci sarebbero gli estremi dell'omicidio colposo, che prevede una pena decisamente inferiore rispetto a quello volontario. 
Come si vede, è molto difficile dire a priori quale sia la responsabilità del sieropositivo che contagi il partner, nel caso in cui questo muoia, perché bisogna valutare attentamente lo stato psicologico dell'autore del reato, il che non è affatto semplice. 
Non è possibile effettuare una valutazione astratta, in quanto solo ed esclusivamente la concretezza del fatto specifico potrà dare una risposta.